Cristio 


“Nessun dono vi manca”

 

LETTERA PASTORALE AI CRISTIANI DELLA DIOCESI

DI CIVITA CASTELLANA

PER LA QUARESIMA 2009

 

DI

 

Mons.Romano Rossi

 

stemma

 

Cari amici,
è trascorso un anno dal nostro primo incontro nella Cattedrale di Civita Castellana in quel rigido
pomeriggio del 16 febbraio 2008. Si è trattato di un periodo intenso e prezioso.

Conoscersi per amarsi, amarsi per comprendersi
Abbiamo iniziato a conoscerci e a camminare insieme e tanti altri passi dovremo ancora fare sulle strade che il Signore ci ha preparato. Siamo solo agli inizi. Mi appare comunque chiaro fin da ora che il primo e il più importante debito che devo saldare verso ciascuno di voi è l’attenzione, l’ascolto e l’interesse per ogni singola persona.
È il minimo che sento di essere chiamato a fare come risposta al Signore per il dono di una comunità così ricca e accogliente.
E iniziare così un servizio che per essere efficace deve guardare innanzitutto alla vita degli uomini e delle donne di questo popolo.
A cominciare da coloro che si sentono più lontani ed estranei rispetto alla comunità ecclesiale. Se mai queste righe li potessero raggiungere, ci tengo che sappiano che il Vescovo li aspetta e desidera incontrarli per cercare di comprendere le ragioni della loro attuale estraneità e, se Dio lo vorrà, per riannodare le fila di una comunicazione reale.
In questo primo periodo, i contatti più frequenti li ho avuti con i sacerdoti e con le comunità parrocchiali, in particolare nelle celebrazioni liturgiche e nel contesto di particolari eventi di evangelizzazione e di catechesi, in particolare quelli che hanno avuto luogo in occasione dell’anno paolino.
Ho cercato di osservarvi, di ascoltarvi, di inizia- re a comprendervi.
Mi sono sentito spesso impreparato e inadeguato.
Mi accompagna continuamente la consapevolezza di essere l’ultimo arrivato dentro un popolo e un clero dalla lunga e articolata storia di fede.
Non solo per quanto riguarda le vicende del passato remoto ma soprattutto in rapporto alle centinaia e migliaia di situazioni personali e familiari che compongono oggi la compagine diocesana.
Ogni volta che visito una parrocchia, un’istituzione o un gruppo cerco di scavare con lo sguardo oltre i volti, per poter arrivare il più vicino possibile ai livelli più profondi delle storie personali.
Sarò ben lieto se mi aiuterete in questa opera di monitoraggio.
Per poter essere veramente utile al vostro progresso spirituale ho bisogno di percepire i movimenti del vostro cuore, le fatiche della vostra fede, eventualmente anche l’asprezza delle vostre critiche.

Tempi difficili
Non è un periodo facile quello che stiamo vivendo.
Rischiamo di sentirci schiacciati da difficoltà superiori alle nostre forze sul piano dell’economia e della convivenza civile, dell’ordine pubblico e del malcostume privato.
Quanta gente si mostra spesso inquieta e scontenta, sospettosa e diffidente, delusa e scettica, più propensa alla paura che alla fiducia, all’isolamento più che alla condivisione, alla rabbia più che alla pacatezza, alle reazioni istintive più che alle scelte motivate.
Anche per quanto riguarda il futuro della Chiesa molti hanno l’impressione che stiamo scivolando verso il peggio, come se ci rimanessero da combattere solo battaglie di retroguardia per limitare i danni e salvare il salvabile.
Si sta diffondendo una sensazione di rassegnato fatalismo e di progressivo arretramento riguardo all’incisività della Chiesa e alla sua credibilità nelle
coscienze individuali e nella società civile.
Anche da noi, nel nostro ampio e variegato territorio, si avvertono alcuni segni che destano preoccupazione: lo scarso numero e l’età avanzata dei sacerdoti, la carenza di vocazioni, la distanza di molti dalla vita delle parrocchie, l’appartenenza alla Chiesa più sulla base di legami tradizionali e sociologici che di convinta adesione e personale esperienza.
Sarebbe ingenuo e irresponsabile sottovalutare o addirittura ignorare la gravità di questi fenomeni e, probabilmente, anche di altri che per il momento
non riusciamo a individuare distintamente e ad affrontare di petto. Sono sfide che già stiamo cercando di raccogliere, provocazioni e, forse, chiamate del Signore che non ci lasciano indifferenti o, tanto meno, infastiditi.
I problemi non si devono evitare, vanno guardati in faccia in modo tale che ciò che appare difficile e scomodo possa diventare occasione di purificazione e di crescita per tutti. Bisogna chiamare le cose per nome, senza nascondere la testa sotto la sabbia.

Da dove cominciare
Siamo chiamati a gestire nel modo più evangelicamente qualificato e pastoralmente efficace la vita quotidiana delle parrocchie e della diocesi. Al tempo stesso occorre stabilire le priorità più impellenti e iniziare a provvedervi, naturalmente, sempre in continuità con il lavoro precedentemente svolto.
In questo ho trovato la preziosa e leale collaborazione dei sacerdoti che vivono profondamente inseriti nella vita del popolo di cui conoscono meglio di chiunque altro i bisogni e le attese.
Nel corso di questi primi mesi abbiamo dato la precedenza ai preti e ai giovani.
Offrire stimoli approfonditi e non banali per la formazione permanente dei sacerdoti significa preparare anche per le loro comunità una stagione di grazia e di fervore spirituale. Curare l’annuncio della fede e la crescita dell’amicizia con il Signore nei giovani significa “investire” nel modo più proficuo e redditizio per il futuro della nostra Chiesa.
Qualcuno può pensare che queste priorità siano lontane dalla vita quotidiana della gente o da quelle che sono comunemente ritenute le più drammatiche emergenze. Ma a che servirebbe una Chiesa con preti stanchi, demotivati, inariditi davanti a un popolo che ha più che mai bisogno di essere evangelizzato, spiritualmente nutrito e condotto al Signore? E che ne sarebbe di una Chiesa senza giovani entusiasti, competenti, fedeli al Signore e solleciti per i bisogni spirituali e materiali del prossimo?

La bellezza della sposa
Non dovete pensare, comunque, che questo primo anno sia unicamente servito a redigere una lista di problemi o una sfilza di lamentele.
Quanti incontri, quante scoperte, quante sorprese!
È vero che quando viene il Vescovo la chiesa è più splendente del solito, i canti più curati, la gente più numerosa e sorridente, tutti gli ambienti più puliti e tirati a lucido. Soprattutto all’inizio è questo lo scotto da pagare all’ufficialità, al rispetto dei ruoli, al gioco delle parti.
Lasciatemi sperare che, a poco a poco, la presenza del Vescovo diventi sempre più normale e quotidiana nella vita delle parrocchie e, perché no, in quella delle famiglie e di tante persone. Anzi quando c’è un problema è allora che bisogna chiamare il Vescovo, investirlo di responsabilità, caricare su di lui la nostra croce. Altrimenti che ci sta a fare?Man mano che ci conosceremo avrò la gioia di scendere nel profondo di ciò che per adesso ho intravisto solo a tratti e in superficie.
E allora vedrete quanto si moltiplicheranno i motivi concreti per il rendimento di grazie.
La ricca trama di rapporti e di servizi all’interno delle parrocchie. Il generoso disinteresse con cui centinaia di persone collaborano nei vari servizi alle
comunità, e, soprattutto, le straordinarie storie d’amore che il Signore sta tessendo con ciascuno di voi nelle famiglie, negli ambienti di lavoro, nelle situazioni di sofferenza, nella ferialità di tante vite che Egli sta trasformando in capolavori di bellezza e di santità.
Di questo sono contentissimo, anche se per adesso quando lodo il Signore per tutto questo non sono in grado d’indicare nomi e cognomi, indirizzi e numeri telefonici.
Ormai da tanti anni la mia prima attenzione è cercare intorno a me i segni del passaggio del Si-gnore che ama e che salva.
Quanti bagliori ho visto lampeggiare già in que- sti primi mesi! Quante volte la grazia del Signore è brillata più lucente delle mie ansie e delle mie paure e mi sono giunte le sue parole sempre antiche e sempre nuove: «Coraggio, sono io non temete!» (Mt 14,27).

«Fammi conoscere Signore le tue vie, insegnami i tuoi sentieri»
Nel gennaio del 1968 scrissi queste parole del Salmo 25 nel ricordino di quella che allora si chiamava “la Prima Tonsura”, cioè l’inizio ufficiale dell’ultimo tratto del cammino verso il sacerdozio. Le vie e i sentieri che chiedevo al Signore di rivelarmi non erano tanto quelle che avrei dovuto per- correre io, quanto quelle che è solito scegliere Lui.
Da dove passi, Signore? Dove posso trovarti? Dove mi aspetti? Quale appuntamento mi hai preparato?
Una volta individuate le vie “Sue”, era evidente che le mie sarebbero state quelle che conducevano là.
In questi quarant’anni non ho mai smesso di lanciare al Signore questo grido della mia giovinezza.
Adesso gli chiedo di esaudire questa preghiera per me e per ciascuno di voi: «Maestro dove abiti» (Gv 1,38), «Signore fa’splendere il tuo volto e saremo salvi» (Sal 80,4).
E, nel frattempo, mi aggrappo con forza ai segni e alle orme che Egli lascia sul nostro sentiero per farsi trovare.
Mi sento tanto bene nei panni del mendicante che attende dal Suo Signore il dono di sempre nuovi motivi di meraviglia. Ma quelli che già mi sta offrendo mi sembrano sufficienti a riempire il cuore di speranza.
Non osservo mai la Diocesi di Civita Castellana con la lente del sociologo o dello statistico. Preferisco contemplarla con lo sguardo del credente e il cuore dell’innamorato.
Fra qualche anno, quando vi avrò conosciuti meglio, avrò mille circostanziati e documentati motivi per dirvi: «bravi!». Fin da adesso, però, ho la gioia indicibile e impagabile di potervi chiamare «fratelli amati dal Signore» (2 Tess 2,13).
La Chiesa vive della certezza di questo amore fedele molto più che del compiacimento di sentirsi all’altezza del suo compito o della complicità nel darsi gloria gli uni con gli altri (cfr. Gv 5,44).

La sua grazia, prima di tutto
Abbiamo tanto da lavorare. E lavoreremo.
Rispetto alle chiamate del Signore, abbiamo tanto da migliorare. E, col suo aiuto, miglioreremo.
Impariamo, però, a gustare fin da ora quello che siamo e quello che abbiamo. Sì, siamo chiamati a diventare santi! E ce n’è di strada da fare.
Ma guai a dimenticare, anche solo per un momento, che la Chiesa di Dio che è in Civita Castellana, come quella che ai tempi di San Paolo era in Corinto, è composta di coloro che già sono stati santificati in Cristo Gesù (cfr. 1 Cor 1,2).
Prima di ogni programma, prima di ogni verifica, prima di ogni piano pastorale c’è questo dato assoluto, gratuito e imprescindibile: il Figlio di Dio ci ha amati e ha dato se stesso per noi (cfr. Gal 2,20). Questo è il nostro tesoro di partenza, il nostro inattaccabile capitale, l’eredità che ci viene consegnata nel momento stesso del battesimo, quella che la tignola o la ruggine non potranno mai consumare, quella che i ladri non potranno mai rubare (cfr. Mt 6,20).
«Se Dio è per noi chi sarà contro di noi? Egli che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi, come non ci donerà ogni cosa insieme
con Lui?» (Rm 8,31s). Ci ha dato il Figlio, lo Spirito Santo, la Parola, l’Eucaristia, la Madre, la figliolanza divina, la vita eterna…
E tutto questo è già qui in piena azione e a titolo definitivo anche se le tenebre cercano di soffocare questa luce straordinaria.
«Ringrazio continuamente il mio Dio per voi a motivo della grazia di Dio che vi è stata data in Cristo Gesù perché in Lui siete stati arricchiti di tutti i doni…» (1 Cor 1,4).
L’elemento specifico e caratterizzante del cristianesimo non è mai ciò che compiono gli uomini ma la presenza effettiva e l’azione efficace compiuta dal Signore in mezzo a noi e dentro di noi.
Quante generose energie si vedono continuamente spese nell’impegno apostolico, nella testimonianza della carità, in mille gesti di responsabilità e di servizio. E tutto questo non è forse il frutto della grazia del Dio vivo e vero, Salvatore e Sposo infinito e incarnato, trascendente e raggiungibile, che abita nei nostri tabernacoli e nei nostri cuori? A Lui occorre sempre guardare. Da Lui occorre costantemente ripartire.
«Nessun dono di grazia più vi manca» prosegue San Paolo in 1 Cor 1,7. Questo è il fondamento
della nostra speranza. Per questo il Magnificat della gratitudine e della lode prevale sul riconoscimento degli errori e l’ammissione dei limiti.
A condizione di vivere ogni giorno protesi alla riscoperta e alla valorizzazione di questi doni. Ma di tutto questo avremo modo di parlare in futuro.
Buona Quaresima e Buona Pasqua a tutti.

                                                                                           + Romano Rossi, Vescovo

Civita Castellana, 16 febbraio 2009

 

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