28.10.2014 Inaugurazione Anno Accademico ISSR 2014
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Civita Castellana Prolusione ISSR 28 ottobre

 

“L ‘annuncio della fede nella società e nella cultura post - moderna”

A.Toniolo

 

 

Il beato Paolo VI, nel documento Evangelii nuntiandi (la magna carta dell’evangelizzazione) ricordava che l’evangelizzazione è una realtà complessa, variegata che non si può ridurre a una singola azione (predicazione, liturgia, catechesi...), ma indica l’insieme dell’agire della Chiesa. Poneva tuttavia come questione centrale dell’evangelizzazione l’inculturazione, vedendo nella rottura tra vangelo e cultura il dramma della nostra epoca:

 

«Si potrebbe esprimere tutto ciò dicendo così: occorre evangelizzare - non in maniera decorativa, a somiglianza di vernice superficiale, ma in modo vitale, in profondità e fino alle radici - la cultura e le culture dell’uomo, nel senso ricco ed esteso che questi termini hanno nella Costituzione «Gaudium et Spes» (50), partendo sempre dalla persona e tornando sempre ai rapporti delle persone tra loro e con Dio.

 

La rottura tra Vangelo e cultura è senza dubbio il dramma della nostra epoca, come lo fu anche di altre. Occorre quindi fare tutti gli sforzi in vista di una generosa evangelizzazione della cultura, più esattamente delle culture. Esse devono essere rigenerate mediante l’incontro con la Buona Novella. Ma questo incontro non si produrrà, se la Buona Novella non è proclamata» (EN. n. 20).

 

 

 

Questa la premessa fondamentale per ogni discorso sull’annuncio. Articolo perciò il mio intervento in tre parti: discernimento, tratti della post-modernità, vie dell’annuncio.

 

 

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1. NON C’È ANNUNCIO SENZA DISCERNIMENTO’.

L’annuncio della fede chiede all’inizio un esercizio di ascolto e di discernimento della storia; la fede nasce dall’ascolto della Parola di Dio che è presente sia nella S.Scrittura che nella storia, i due libri attraverso i quali il Dio della rivelazione biblico-cristiana parla.

 

Conosciamo bene l’invito provocante di Gesù di Nazaret a non essere generazione incredula ma a saper interpretare i segni dei tempi («Sapete dunque interpretare l’aspetto del cielo e non siete capaci di interpretare i segni dei tempi?», Mt 16, 3; e aggiunge che non sarà dato alcun segno se non il segno di Giona, cf. Mt

16,4).

Papa Francesco ribadisce il compito del discernimento evangelico nel suo programma pastorale, Evangelii gaudium; chiede

« “una vera sensibilità spirituale per sapere leggere negli avvenimenti il messaggio di Dio” [cita Evangelii nuntiandi] e questo è molto di più che trovare qualcosa di interessante da dire. Ciò che si cerca di scoprire è “ciò che il Signore ha da dire in questa circostanza”. Dunque la preparazione della predicazione si trasforma in un esercizio di discernimento evangelico, nel quale si cerca di riconoscere — alla luce dello Spirito — quell’ “ ‘appello’, che Dio fa risuonare nella stessa situazione storica”» (EG 154).

La questione del discernimento della storia era particolarmente viva e dibattuta durante il Vaticano Il; addirittura era stata composta una sottocommissione sui “segni dei tempi”, in vista della costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo (Gaudium et spes); al n. 4 si afferma che è

«dovere permanente della Chiesa di scrutare i segni dei tempi e di interpretarli alla luce del vangelo, così che, in un modo adatto a ciascuna generazione, possa rispondere ai perenni interrogativi degli uomini sul senso della vita presente e

 

~[L’instrumentum laboris del Sinodo sulla Nuova evangelizzazione afferma: «La nuova evangelizzazione si è fatta così discernimento, ovvero capacità di leggere e decifrare i nuovi scenari che in questi ultimi decenni sono venuti creandosi nella storia degli uomini per trasformarli in luoghi di annuncio del Vangelo e di esperienza ecclesiale» (InL n. Si).]

 

 

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futura. . .L’umanità vive oggi un periodo nuovo della sua storia, caratterizzato da profondi e rapidi mutamenti...»

 

Le dinamiche e le inquietudini della storia non sono qualcosa di esterno al cristianesimo, un disturbo, un problema, ma appartengono ad esso: «La storia non è un’inquietudine che irrompe dall’esterno in una fede di per sé astorica, non è una problematizzazione della fede, ma la sua dimensione più originale. La rivelazione dell’Antico e del Nuovo Testamento si distingue dalle mitologie e dalle religioni naturali soltanto perché è storica per essenza e fin nell’intimo» (Kasper, fede e storia, p. 46).

Il cristianesimo è una “economia”, cioè una realtà costitutivamente storica, riferita alle dinamiche della storia (eventi, movimenti sociali, culturali..); comporta perciò strutturalmente dei “segni”, bisognosi di lettura.

Che cosa si intende per “segni dei tempi”? Hanno due significati: quello di “spia” che si accende come campanello di allarme per richiamare una novità, un bisogno, una domanda diffusa, un problema; e secondo quello di “rotta”, ovvero sono dei segnavia che indicano la direzione della storia.

Dicono i drammi della storia ma anche la potenza segreta del tempo, - secondo Chenu — la potentia oboedientialis gratiae, l’attesa della grazia, la disponibilità degli uomini ad accogliere la Parola di Dio.

Per fare un esempio, la ,,Pacem in terris”2 di Giovanni XXIII (1963, il primo testo magisteriale che consacra l’espressione) elenca tre segni o fenomeni particolari dell’epoca moderna: ,,l’ascesa economico-sociale delle classi lavoratrici” ~ ,,l’ingresso della donna nella vita pubblica”4 la trasformazione sociale-politica della ,,famiglia umana”5.

Nel dibattito conciliare con segni dei tempi si indicavano le trasformazioni culturali in atto nel mondo, le nuove relazioni internazionali, la riscoperta dei diritti umani come la libertà religiosa, ma indicavano anche situazioni problematiche come il divario socio-economico tra i popoli, la diffusione del comunismo e dell’ateismo.

Evangelii Gaudium di Papa Francesco colloca tra le sfide ecclesiali quella della crescita della crescita a livello di coscienza dei laici e allo stesso tempo della loro

 

 

2 Giovanni XXIII., Lettera enciclica Pacem in terris, Milano 2003.

3  Giovanni XXIII., Pacem in terris (Anm. 30), n. 21.

4   Giovanni XXIII., Pacem in terris (Anm. 30), n. 22

5   Giovanni XXIII., Pacem in terris (Anm. 30), n. 23.

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scarsa valorizzazione, « a causa di un eccessivo clericalismo che li mantiene al margine delle decisione» (EG n. 1 02).

Cos pure in EG Papa Francesco ritorna sul ruolo e la figura della donna nella Chiesa riconoscendo che bisogna «allargare gli spazi per una presenza femminile più incisive nella Chiesa» (EG 103).

Quali sono i criteri di discernimento? GS 11 pone come primo criterio quello della fede, non singola o individuale, ma comunitaria: “il popolo di Dio, mosso dalla fede”; si tratta della fede di tipo messianico, aperta, capace di riconoscere la novità del Regno, che lo Spirito è all’opera e riempie l’universo. Ha sullo sfondo la famiglia umana e la vocazione di ogni uomo, e come ,,materia prima” gli avvenimenti, le richieste e le aspirazione degli ,,uomini del nostro tempo”.

 

Due “segni” si sono incrociati domenica 19 ottobre 2014: la conclusione del Sinodo straordinario sulle famiglie e la beatificazione di Paolo VI, tutt’altro che estranei tra loro e tutt’altro che solo intraecclesiali. La loro risonanza è pubblica, storica, senza ombra di dubbio sono “segni dei tempi”. Entrambi sono la spia di un travaglio: l’incontro e lo scontro del cristianesimo occidentale con la modernità e il suo epigono, il post-moderno. Il Sinodo sulla famiglia ha posto la Chiesa cattolica, la sua dottrina e la sua prassi, di fronte alla trasformazione già in atto delle relazioni affettive, dell’istituzione famiglia, della sessualità (o dell’intimità come direbbe Giddens). Paolo VI è stato il papa che ha traghettato in porto il Concilio della modernità, l’apertura sofferta della Chiesa alla modernità, gestendo con straordinaria saggezza i conflitti interni: è stato considerato troppo poco coraggioso dai progressisti, troppo poco fermo dai tradizionalisti.

 

Ma i due eventi indicano anche la rotta, la direzione che il cattolicesimo europeo sta prendendo, non potrà non prendere, quella di un confronto a tutto campo, sincero con la visione moderna dell’uomo, l’accoglienza delle aspirazioni legittime delle attuali generazioni, ma anche la vigilanza di fronte alle ambiguità. Soprattutto evitando di ridurre la sfida della modernità a dispute stantie tra conservatori e progressisti. La posta in gioco è ben più grande. E’ la capacità del cristianesimo di parlare alla coscienza dell’uomo, di interpellano in nome della verità evangelica, ma anche di lasciarsi interpellare perché quella verità possa significare ancora qualcosa, molto.

 

 

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2. TRATTI DELLA POST-MODERNITÀ: quale cultura post-moderna?

- SECOLARIZZAZIONE (Taylor)-) nuovo rapporto con il religioso, con la fede

- LIBERTÀ -~ una ricomprensione della realtà UOMO-INDIVIDUO,

- PLURALISMO -~ verità (fine dei metaracconti)

(CF. UOMO DI SABBIA ED ETÀ SECOLARE)

1. Il primo tratto è dato dalla secolarizzazione, un termine da comprendere bene. Credere nel 1500 e nel 2010 non è la stessa cosa credere nella prima metà del ‘900 (segnato da crisi tremende e due guerre mondiali) e credere agli inizi del terzo millennio non è la stessa cosa.

 

Un testo, molto citato, - «L’età secolare» di Charles Taylor (Feltrinelli 2009) — analizza in maniera straordinaria e ben articolata le forme del credere nell’Occidente, le tipologie della vita spirituale e morale presenti nelle nostre società. E’ avvenuta — questa la tesi — una trasformazione titanica nella nostra cultura: da una condizione in cui quasi tutti vivevano “ingenuamente” dentro un orizzonte, quello religioso-cristiano, a una condizione in cui la fede si presenta come un’opzione tra le altre, e non la più facile.

 

La secolarizzazione attuale non è essenzialmente la caduta o il declino del senso religioso, ma la fine di una fede religiosa accettata da tutti, condivisa, la «fuoriuscita dall’ingenuità» (p. 27), nel senso di abbandono o erosione delle certezze immediate, come sono quelle relative alla religione, ad alcuni valori o istituzioni. Siamo in una società dalle molte opzioni, e in cui la scelta dell’umanesimo non credente si presenta con un sua plausibilità. Si può concepire una vita piena, buona, realizzata anche in un orizzonte immanente.

 

Taylor parla ancora di una diffusa cultura dell’autenticità (p. 598), che consiste nel vivere la propria vita originalmente (con una forte valenza individuale),

 

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nell’esprimere ed essere se stessi, evitando la pura conformità a un’istituzione, alla tradizione.

 

2. lI secondo tratto è dato dal paradigma della libertà e di conseguenza dall’esaltazione dell’uomo come individuo: libertà è la parola più usata e abusata dell’epoca moderna, la prima delle tre parole della rivoluzione francese. Una scrittrice e psicologa francese, Catherine Ternynck in L’uomo di sabbia. Individualismo e perdita di sè (Vita e Pensiero, 2012) stigmatizza gli elementi tipici dell’uomo post-moderno, che chiama “di sabbia”: è l’uomo individuo, che desidera essere libero e “capomastro” di se stesso, architetto di se stesso, il fabbro del proprio essere, privo però di riferimento “ontologici”; in questo modo rischia di essere autoreferenziale, di immolare tutto sull’altare della libertà, e alla fine scopre il peso del vuoto. L’unico contratto che stipula è con se stesso, con i suoi diritti, ma non è capace di confronto con l’altro e quindi di alterarsi, di uscire dal guscio. Si creano legami più liberi, ma per questo più fragili.

li cristianesimo si confronta con questa concezione dell’uomo, cercando di leggere al di là della superficie e cogliere il bisogno di relazione e di punti di riferimento.

 

3. lI terzo tratto è quello della pluralità o pluralismo a livello culturale, religioso, etico, veritativo. Secondo i teorici del post-moderno (Lyotard, Derrida, Vattimo, ecc.) sono finiti i tempi dei meta-racconti, delle grandi filosofie che cercano di spiegare tutto, delle grandi religioni che hanno la pretesa della verità, e che invece si sono rivelate nella storia (e ancora oggi) errore ed orrore, una grande illusione o alienazione che distorce dalla realtà, e una perenne fonte di violenza e divisione tra gli uomini.

Qualsiasi soggetto si presenti con una verità forte, definita, non è credibile e alimenta la violenza. Meglio riconoscere che esistono piccole verità, che l’uomo può percepire solo frammenti di verità; l’unico paradigma accettabile è quello della tolleranza. Come parlare in tale contesto della verità del vangelo come la verità che dà pienezza?

Un discernimento attento della storia, però, impedisce una lettura strabica della realtà, che vede in maniera distorta alcuni elementi, solo quello che scompare o viene meno, e non quello che affiora come possibilità nuova anche per la fede. Non possiamo non riconoscere anche che cosa emerge di positivo, di nuovo e

 

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migliore anche rispetto a un passato di cristianità. Dentro un fenomeno diffuso di indifferenza o secolarizzazione emergono anche una rinnovata domanda di spiritualità, il desiderio in molti adulti di (ri-)scoprire la fede, la consapevolezza che l’adesione credente è sempre meno un atto di conformismo sociale e sempre più un atto di scelta, di libertà.

 

E. Mounier del 1946, ossia più di sessant’anni or sono, scriveva: «li cristianesimo non è minacciato di eresia: non appassiona più abbastanza perché ciò possa avvenire. E’ minacciato da una specie di silenziosa apostasia provocata dall’indifferenza che lo circonda e dalla sua propria distrazione. Questi segni non ingannano: la morte si avvicina. Non già la morte del cristianesimo, ma la morte della cristianità occidentale, feudale e borghese. Una cristianità nuova nascerà domani, o dopodomani, da nuovi strati sociali e da nuovi innesti extra-europei»6. Ci sono oggi gli elementi per affermare in maniera più certa di Mounier l”esodo dalla cristianità” (Ferretti), ossia la fuoriuscita da una forma incu(turata di cristianesimo, e le premesse per un cristianesimo più consapevole e testimoniale, capace di parlare con i gesti e di portare le ragioni della propria fede e speranza.

 

3. LE FORME DELL’ANNUNCIO.

 

Tra le tante vie dell’annuncio (primo annuncio, la testimonianza e lo stile di vita, la formazione, ecc.) vorrei fermarmi in particolare su quelle forme di annuncio legate all’inculturazione, al rapporto tra Vangelo e cultura, che sono certamente la preoccupazione principale di un istituto teologico. Paolo VI parlava di linguaggio adatto:

«Il termine “linguaggio” deve essere qui inteso meno nel senso semantico o

letterario che in quello che si può chiamare antropologico e culturale.

La questione è indubbiamente delicata. La evangelizzazione perde molto della sua forza e della sua efficacia se non tiene in considerazione il popolo concreto al quale si rivolge, se non utilizza la sua lingua, i suoi segni e simboli, se non risponde ai problemi da esso posti, se non interessa la sua vita reale. Ma d’altra parte l’evangelizzazione rischia di perdere la propria anima e di svanire, se il suo

 

6 Il passaggio è tratto da un articolo di E. MOUNIER intitolato Agonia del cristianesimo?, citato in FERRETTI, Essere cristiani oggi, o.c., p. 38.

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contenuto resta svuotato o snaturato col pretesto di tradurlo o se, volendo adattare una realtà universale ad uno spazio locale, si sacrifica questa realtà e si distrugge l’unità senza la quale non c’è universalità» (EN n. 63).

 

a. L ‘umano come punto di intersezione della fede: il rapporto tra umanesimo e cristianesimo.

Papa Francesco in Evangelii gaudium ricorda con straordinaria forza e chiarezza la sorgente e il fine dell’evangelizzazione, la realizzazione piena dell’uomo:

«Solo grazie a quest’incontro — o reincontro — con l’amore di Dio, che si tramuta in felice amicizia, siamo riscattati dalla nostra coscienza isolata e dall’autoreferenzialità. Giungiamo ad essere pienamente umani quando siamo più che umani, quando permettiamo a Dio di condurci al di là di noi stessi perché raggiungiamo il nostro essere più vero. Lì sta la sorgente dell’azione evangelizzatrice» (Evangelii gaudium n. 8).

 

Il vangelo e l’umano non sono estranei, anche se si percepisce una forte estraneità tra cristianesimo e cultura post-moderna, o meglio tra una forma inculturata di fede e l’uomo d’oggi. In realtà l’uomo di qualsiasi determinato tempo o cultura può incontrare il Dio di Gesù Cristo a partire dalla propria realtà di vita, a partire dalla propria coscienza, a partire dai luoghi e dall’esperienze più elementari come gli affetti, il lavoro, la fragilità, la socialità.

In sintonia con questi intenti si è ideato il tema del prossimo Convegno Ecclesiale — tradizione assodata alla metà di ogni decennio pastorale — previsto per novembre 2015: «In Gesù Cristo il nuovo umanesimo». Nel contesto dell’educare alla vita buona del Vangelo l’intenzione è quella di mostrare come l’incontro con Gesù Cristo, ovvero con il «Vangelo» (con la lettera maiuscola indica sempre la sua persona), realizza in pienezza l’umanità, perché in lui troviamo rivelato il mistero profondo dell’essere umano, la sua vocazione più alta, come ricorda il numero tra i più citati del Concilio Vaticano Il: «Solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo» (GS n. 22).

Ma quando si parla dell’uomo, la questione che si pone oggi è la seguente: esiste un tratto indisponibile, essenziale dell’umano? O in altre parole: quale uomo? Si assiste infatti alla mutazione di significato di alcuni paradigmi tradizionali legati alla realtà umana, alla messa in discussione delle categorie di base:

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- dal punto di vista culturale (la questione del genere/uomo-donna; la questione della generazione/padre-madre-famiglia, la crisi del concetto di persona, la questione dei diritti umani così diversa a seconda delle culture e delle religioni);

- dal punto di vista scientifico (naturale-artificiale; animale-umano, corpo-anima-coscienza e le neuroscienze; creazione ed evoluzione).

La tradizione biblico-cristiana, invece, offre un quadro ricco e straordinario dell’essere umano, esaltandone tutte le dimensioni: spirituale, corporale-concreta, relazionale, simbolica; ne presenta la grande dignità come pure la sua perenne fragilità (“che cosa è l’uomo perché te ne ricordi?”, Salmo 8) e drammaticità. Lo mette al centro della creazione, ma non al di sopra.

La chiave interpretativa dell’umano nel cristianesimo è la storia e la persona di Gesù, segnata dallo svuotamento di se stesso. E’ l’umanesimo che emana dalla Croce, non un umanesimo forte, che si fonda su se stesso, ma un umanesimo umile che non dà adito a totalitarismi o ideologie, ma che trae ispirazione dalle parole esigenti di Gesù: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso.... Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà» (Matteo 16).

Possiamo dire che il tratto indisponibile, essenziale dell’umanesimo cristiano è il riferimento costitutivo al tu e al tu divino, la non autoreferenzialità: “sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà”.

 

In un tale contesto si tratta di mostrare la corrispondenza profonda tra la fede e l’umano, tra il Vangelo e la domanda di senso della coscienza, senza cadere né in forme di contrapposizione né di riduzione della verità del Vangelo.

 

b. Pluralismo culturale, religioso ed etico: il dialogo.

Il paradigma post-moderno è quello della pluralità, non dell’unità; della libertà, non della verità, del diritto individuale, non di quello comunitario. Nella cultura attuale c’è un’avversione assoluta per tutto ciò che è assoluto. Paghiamo un retaggio moderno, dovuto al legame tra religione e violenza, origine delle guerre di religione, delle lotte confessionali. La religione che presenta una verità forte su Dio e sul mondo è errore ed orrore, causa violenza, si presta ad essere strumentalizzata.

In tale contesto la via dell’annuncio diventa quella del dialogo autentico, reciproco, che come direbbe papa Francesco è fatto di due elementi: parlare con franchezza, ascoltare con umiltà.

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Ritrovare vie di dialogo con la modernità significa mostrare che le idee fondamentali su cui regge il pensiero moderno hanno radici cristiane (la libertà di coscienza, il disincanto della natura, la centralità della persona, il valore dell’altro, l’attenzione all’emarginato). Nell’epoca moderna ci sono state figure straordinarie di uomini, donne, santi o laici, uomini di cultura, poeti, artisti che hanno dialogato con la modernità. Un esempio: i teologi che hanno preparato il Concilio Vaticano Il; i filosofi del personalismo (Mounier, Maritain); Edith Stein.

Il contesto inter-religioso e inter-culturale provoca —come è sempre stato — una rivisitazione sana del linguaggio con cui diciamo o rappresentiamo il nostro credere: l’idea di Dio, l’idea di Chiesa, le forme della preghiera, la comprensione del testo sacro, i termini di “verità”, “assolutezza”, “unicità”, “universalità” della fede, l’idea di dialogo (cf. il documento “dialogo e annuncio” del 1991), libertà. Un nodo centrale del cristianesimo in rapporto alla modernità è quello della libertà: «La libertà religiosa nella società è in piena rispondenza con la libertà di fede cristiana»: questo passaggio della Dignitatis humanae (DH 9) evoca in maniera concisa i piani in cui collocare 11 tema della libertà religiosa

 

c. Non solo medici ma anche intellettuali: il ruolo della formazione religiosa e teologica

Il recente rapporto sull’analfabetismo religioso in Italia curato da Melloni evidenzia una situazione di mancanza del vocabolario religioso di fondo, ovvero la carenza di quegli strumenti necessari che permettono di ricomprendere la fede cristiano-cattolica nel nuovo contesto multi-religioso. Qualche dato: il 70 % dei cattolici italiani non prende mai in mano la Bibbia a livello personale; il 30 % non crede in qualcosa dopo la morte.

Per questo sono necessari non solo medici ma anche intellettuali. La veloce e visibile (pubblicamente) diversità religiosa chiede una risposta a livello di alfabetizzazione religiosa, ovvero a livello di cultura, non solo a livello sociale o caritativo. La risposta dell’Italia alla situazione plurale avviene a diversi livelli, con “buone pratiche”, come ospedali, mense, cimiteri, fabbriche, carceri, centri di accoglienza. Questo straordinario lavoro tuttavia deve essere accompagnato, sostenuto dalla battaglia su un altro fronte: quello della formazione a tutti i livelli. Una situazione di ignoranza religiosa crea sempre situazione di paura, forme di fondamentalismo o chiusura, forme anche di buonismo (accostamento semplicistico alla pluralità).

 

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Da questo punto di vista sarebbero da valorizzare di più sia a livello civile che pastorale coloro che studiano teologia e scienze religiose (ricerche dimostrano le nostre realtà ecclesiali sono le prime che non valorizzano i nostri studenti): l’evangelizzazione intesa come incontro tra vangelo e cultura può essere fatta sempre più da laici testimoni ma anche preparati, che non sono dei semplici ripetitori ma sono battezzati in grado di proporre sintesi nuove, di essere critici e propositivi.

 

Torno sulla questione della Bibbia.

 

Il rapporto sull’analfabetismo lamenta, come detto poc’anzi, una ignoranza “totale” della Bibbia nel mondo cattolico italiano: il 70% non prende mai in mano la Bibbia personalmente (solo nelle occasioni liturgiche). Questo non significa non apprezzamento, anzi si nota una situazione paradossale:

all’aumento di interesse verso la Bibbia corrisponde un aumento di ignoranza biblica.

Perché? La causa è il venire meno della modalità pre-conciliare di diffusione della Bibbia. Nella nostra tradizione cristiano-cattolica i testi sacri erano riservati solo al clero, che doveva mediare le storie bibliche alla gente con i racconti di storia sacra (le catechesi degli adulti).

 

La conoscenza biblica nella tradizione cattolica non è mai stata diretta, ma sempre mediata, a differenza della galassia protestante, che è invece caratterizzata da un accostamento diretto ai testi biblici. E’ stato il Vaticano I! a mettere in mano alla gente la Bibbia, quando prima era proibita. Da questo punto di vista dobbiamo ricuperare secoli di storia, e dopo 50 anni dal Concilio è necessario qualche sforzo in più, perché, come ricordava s.Girolamo, l’ignoranza delle Scritture è ignoranza di Cristo.

Il testo biblico è certamente il codice fondamentale per capire la storia e la cultura europea (le opere d’arte di una Chiesa, per esempio) ma non solo: è il deposito simbolico-linguistico con cui possiamo parlare in maniera appropriata del Dio ebraico-cristiano, senza appiattirci in un unico registro linguistico o in uno schema argomentativo, dottrinale che pensa di catturare Dio in idee, sistemi (si pensi al linguaggio parabolico di Gesù di Nazaret).

 

d. La quarta via dell’annuncio: la (ri)forma della Chiesa.

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«La (nuova) evangelizzazione deve diventale una domanda della Chiesa su di sè» (InL del Sinodo Nuova Evangelizzazione, n. 39): “Ecclesia semper reformanda” perché la forma, anche visibile, della Chiesa è un annuncio straordinario, è segno e strumento del Regno di Dio per il mondo; e i gesti parlano molto più delle parole. Il modo con cui per esempio è stato gestito il Sinodo sulla famiglia ha colpito in senso buono anche il mondo laico: la collegialità, la franchezza nel parlare, la gestione autorevole del papa, ecc..

Nell’attuale stagione ecclesiale il processo di riforma è stato riattivato, secondo lo spirito del Concilio Vaticano Il. Le dimissioni di Papa Benedetto e lo stile di Papa Francesco, con l’eloquenza forte dei suoi gesti, sono il segno di una chiesa che può e deve cambiare, se vuole essere fedele alla sua missione. Il Concilio stesso aveva parlato di aggiornamento, rinnovamento dovuto essenzialmente alla presa di coscienza di un rapporto nuovo della chiesa con il mondo.

Papa Francesco in Evangelii Gaudium interpreta la riforma secondo la chiave della missione (il superamento dell’autoreferenzialità, radice dei mali delle istituzioni), e il ricupero del cuore del Vangelo, ovvero l’annuncio della misericordia universale del Dio di Gesù Cristo. Il programma poi concreto di riforma deriva da alcuni segni o sfide culturali ed ecclesiali dei tempi attuali, come quello della famiglia, sfide o segni dei tempi che vanno letti come popolo di Dio, in senso collegiale, mossi dalla fede, e senza prestare il fianco ai profeti di sventura, come direbbe Giovanni XXIII.

 

 

Nell’omelia tenuta nella celebrazione di apertura dell’Anno della Fede (11 ottobre 2012) Benedetto XVI affermava: «In questi decenni è avanzata una “desertificazione” spirituale... Ma è proprio dall’esperienza di questo deserto, da questo vuoto che possiamo nuovamente scoprire la gioia di credere. Nel deserto si riscopre il valore di ciò che è essenziale per vivere; così nel mondo contemporaneo sono innumerevoli i segni, spesso espressi in forma implicita o negativa, della sete di Dio, del senso ultimo della vita)) (Il Regno-documenti, 19/20 12, p. 579).

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